ISRAELE: CAPITALISMO E GUERRA ALLA RIPRODUZIONE SOCIALE
Ciò che è chiaro è che Israele sta conducendo una guerra totale contro tutto ciò di cui i palestinesi hanno bisogno per la loro riproduzione. E ora questa brutale campagna di morte si sta estendendo. Ma qual è la posta più complessiva in gioco in Palestina? Una risposta è che Israele difende da sempre gli interessi in quell’area del capitale statunitense e internazionale. Tuttavia, pur contenendo una verità sarebbe una risposta parziale, non possiamo comprendere appieno ciò che sta avvenendo in Palestina se non lo colleghiamo anche alla più ampia guerra che Usa, Ue, Fondo Monetario e la Banca Mondiale, ovvero il sistema imperialista a egemonia USA, sta conducendo per controllare la ricchezza mondiale.
La crudeltà della guerra che Israele sta conducendo contro il popolo palestinese e ora contro la popolazione del Libano è così estrema, il suo intento genocida così evidente che sembriamo smarriti di fronte alle possibili spiegazioni. In effetti, non ci sono parole per descrivere l’orrore e la sofferenza che le operazioni militari dell’esercito israeliano, hanno inflitto (e stanno continuando ai infliggere) ai palestinesi. Stiamo assistendo a una campagna di sterminio, per garantire che non rimanga nulla sul terreno che possa permettere a loro di vivere nella loro terra o semplicemente di sopravvivere. Più di cinquantamila persone sono state massacrate, per lo più donne e bambini, senza contare le migliaia di corpi sepolti sotto le macerie delle loro case, per non essere mai recuperati, o i molti palestinesi che sono stati giustiziati, oppure trovati in fosse comuni, alcuni chiaramente sepolti vivi o mutilati. Tutti i sistemi che servono alla riproduzione della vita, sono stati smantellati.
Case, strade, sistemi idrici ed elettrici, ospedali sono stati distrutti, anche le ambulanze sono state bombardate. Così come tutti gli alberi e le coltivazioni. Almeno quattrocento medici, infermieri e altri operatori sanitari sono morti in questa campagna di sterminio durata un anno. Molti sono stati giustiziati, dopo essere stati sottoposti a pratiche umilianti, così come molte persone che si erano rifugiate nelle cliniche dopo che le loro case erano state bombardate. Ciò che è chiaro è che Israele sta conducendo sistematicamente una guerra totale contro tutto ciò di cui i palestinesi hanno bisogno per la loro riproduzione. E ora questa brutale campagna di morte si sta estendendo al Libano e molto probabilmente all’Iran, alla Siria e allo Yemen.
Le donne e i bambini, cioè le persone che garantiscono la riproduzione della comunità e sono la speranza per il futuro, vengono deliberatamente prese di mira. È stato fatto ogni sforzo per cancellare il passato. Israele teme il potere della memoria collettiva. Sa che mantenere viva la propria storia, il ricordo delle ferite e delle lotte passate è un potente mezzo di resistenza. La memoria della Knakba del 1948, dei villaggi distrutti e delle comunità sfollate, ha sostenuto generazioni di palestinesi che si sono ispirati a lottare fino alla fine per non lasciare la loro terra. In risposta, tutti i luoghi in cui si conservano documenti – biblioteche, università, archivi pubblici o personali – sono stati ridotti in polvere. E da settimane non è più permesso l’ingresso di cibo nell’area, per cui la gente muore di fame. E, sadicamente, quando sono arrivati gli aiuti alimentari, le persone che vi accorrevano sono state uccise e così anche gli operatori umanitari.
A questa campagna mortale, che entra nel secondo anno, si aggiunge il brutale assalto che i coloni israeliani, pesantemente armati e spesso in uniforme militare, hanno lanciato contro le fattorie palestinesi in Cisgiordania, costringendo i proprietari ad andarsene, sotto minaccia di morte, rubando e uccidendo i loro animali, distruggendo le aiuole per le coltivazioni. Non da ultimo, vanno citati i mille e più arrestati, sottoposti anche a continue torture e umiliazioni, alcuni tenuti in catene per così tanto tempo da dover subire l’amputazione delle gambe a causa della cancrena. Ciò che rende particolarmente orribile questa operazione genocida è che è condotta apertamente, di fronte al mondo intero, e gode del sostegno incondizionato degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, che forniscono un flusso incessante di denaro e armi per sostenerla. In effetti, tale è l’impegno degli Stati Uniti nel sostenere incondizionatamente le decisioni di Israele, per quanto assassine possano essere, che più che un sostenitore la sua posizione sembra quella di un partner, se non di un istigatore.
Qual è dunque la posta in gioco in Palestina? Cosa spinge i governi che si dichiarano difensori dei diritti umani ad abbandonare ogni pretesa e a cercare di soffocare ogni protesta contro questo genocidio?
Una risposta è che l’espulsione di massa dei palestinesi dalla loro terra natia e la campagna di terrore che Israele sta conducendo sono il completamento del compito assegnato a Israele fin dalla sua formazione, che era quello di difendere gli interessi del capitale statunitense e internazionale, e in particolare di difendere gli interessi delle compagnie petrolifere della regione e di tenere sotto controllo le aspirazioni dei popoli del mondo arabo che vorrebbero recuperare la terra e le risorse sottratte loro dalla colonizzazione britannica. Come sappiamo, dal 1948 Israele ha fatto in modo che i giacimenti petroliferi del Medio Oriente fossero aperti alle compagnie petrolifere statunitensi e che i regimi autocratici installati da Stati Uniti e Gran Bretagna nella regione per proteggere i loro interessi non venissero messi in discussione. Israele ha svolto questo compito repressivo in modo così efficiente da diventare uno dei principali esportatori di armi al mondo e, soprattutto, il principale esportatore di tecnologia di sorveglianza e di metodi repressivi di cui la Palestina è stata il laboratorio e il terreno di prova[1]. Tutti i regimi autocratici ne hanno beneficiato. Israele è stato il principale sostenitore del Sudafrica bianco, del regime di Mobuto in Congo, ha collaborato con Rios Mont nel massacro della popolazione indigena in Guatemala all’inizio degli anni ’80, e la lista continua.
Nel 2005, l’esercito israeliano, che è uno dei più tecnologici del mondo, ha sperimentato ufficialmente armi soniche per disperdere grandi folle di persone (è evidente che l’Intifada ha lasciato un segno): il cannone emette una sequenza di frequenze ad altissimo volume, in grado di stordire le persone, nausea e malessere anche a grandi distanze[2].
Il debutto ufficiale di quest’arma è stata nel 2005 durante la rivolta di Bil’in[3] quando ha disperso la folla in poche ore: lo Screamer (Urlatore in italiano questo è il nome dato al cannone) ha emesso lunghe e continue ondate di suoni invisibili che hanno fatto scappare 400 persone tra i manifestanti palestinesi. Dopo l’episodio, le forze di “difesa” israeliane (eufemismo di questi colonialisti guerrafondai chiamare difesa l’offesa, evidentemente il libro 1984 ha insegnato qualcosa) hanno immediatamente dichiarato che si “tratta di armi non letali”. Secondo il quotidiano di Gerusalemme Jerusalem Post, l’uso dello Screamer è un avvenimento senza precedenti che rappresenta un significativo cambio di paradigma nelle tattiche di guerriglia urbana. Nonostante molti Stati in tutto il mondo possiedono questo tipo di armi, nessun esercito ne aveva mai ufficialmente azzardato l’uso su un numero così elevato di persone.
Ma non c’è solo questo. La dottoressa Vivienne Nathanson, del British Medical Association nel 1996 lanciò un grido di allarme[4]; attualmente è possibile produrre armi biologiche che abbiano come bersaglio un gruppo umano geneticamente specificato. E suggerì che tali armi potevano essere usate non per uccidere, ma per indurre sterilità e deformazioni neonatali nel gruppo bersagliato: un metodo di genocidio che, disse, sarebbe difficile denunciare, perché potrebbe sembrare un “atto di Dio”. Nel 1999 l’associazione dei medici inglesi è tornata ad avvertire, con più urgenza del rischio: “negli ultimi decenni i rapidi progressi della biologia molecolare hanno reso trasferibile da una specie all’altra e fra differenti organismi il materiale ereditario (DNA). Il Progetto Menoma Umano e il Progetto Diversità Genetica Umana cominciano a consentire l’identificazione del codice genetico umano, e le loro variazioni, in gruppi etnici diversi. Si esprime la preoccupazione crescente sull’uso potenziale della conoscenza genetica per lo sviluppo di una nuova generazione di armi biologiche e tossine. La ricerca legittima sugli agenti microbici, sia in relazione al loro utilizzo in agricoltura o per migliorare la risposta terapeutica alle malattie causate da quegli agenti, è difficile da distinguere da ricerche che abbiano il maligno scopo di produrre armi più efficaci”.
Negli anni ’80, il governo del Sudafricano (quello dell’apartheid) finanziò un programma segreto di guerra biologica, chiamato Project Coast, dove cercò di mettere a punto un’arma genetica mirata alla popolazione nera. Insomma, una bomba “nera”, per uccidere o debilitare solo gli africani. Pare che studi accurati fossero fatti, in quella sede, sulla pigmentazione epidermica come bersaglio possibile.
Con l’incoraggiamento degli U.S.A, in quel periodo si avviò una collaborazione nell’industria degli armamenti tra Sudafrica e Israele. Nel 1977, un’esplosione nucleare nell’alta atmosfera sopra il deserto della Namibia rilevò che il primo test atomico israeliano aveva avuto successo. Sui progetti biologici condotti in comune si sa ovviamente molto meno. Bisogna ricordare che Israele non firmò la convenzione contro le armi biologiche del 1972, sottoscritta da 140 paesi. Un portavoce israeliano, interrogato da giornalisti esteri sulla bomba etnica, rispose: “abbiamo un intero cesto di sorprese strategiche che non esiteremo ad usare se lo Stato d’Israele sarà gravemente minacciato”[5].
Il 15 novembre 1998 sul Sunday Times[6], l’inserto domenicale del Times di Londra apparve dava notizia che gli israeliani stanno cercando di identificare geni esclusivamente specifici degli arabi. Lo scopo: “creare per manipolazione genetica dei microrganismi che aggrediscono solo gli individui portatori di quegli specifici geni”(e questo non è nazismo?).
Inoltre, Israele ha venduto le sue armi da fuoco di punta, il fucile mitragliatore Uzi e il fucile Galil, a paesi di tutta l’America Latina, armando le squadre della morte guatemalteche, i Contras nicaraguensi[7], il Cile di Pinochet e la giunta militare in Argentina contro la popolazione e i suoi movimenti.
Israele ha armato il Portogallo contro i movimenti di liberazione nazionale in Mozambico, Angola e Guinea-Bissau[8]. Inoltre
ha finanziato e addestrato la repressione militare di sollevazioni anticoloniali e/o dittature in Costa d’Avorio, Repubblica Centro Africana, Benin, Camerun, Senegal, Togo, Uganda, Nigeria e Somalia[9].
Nelle guerre civili neocoloniali, gli ex poteri coloniali e attuali poteri imperialisti accendono, armano e addirittura istigano queste guerre per dividere e riconquistare l’Africa. Israele ha armato molte o tutte le parti. Un esempio classico è la fornitura di armi alle tre parti della Guerra civile in Angola a varie riprese per più di quattro decenni[10].
Durante il brutale regime di Mobutu in Zaire (ora Repubblica Democratica del Congo), Israele ha venduto a Mobutu armi e addestrato i paracadutisti, le forze di sicurezza presidenziali e l’esercito, rafforzando così il potere di questo dittatore pro-imperialismo occidente[11].
In Malawi, dagli anni ‘60 agli anni ‘80, Israele ha contribuito ad addestrare l’esercito di bambini del tiranno Dr. Banda usato per assassinare oppositori politici, terrorizzare gli operai sopprimendo e torturando l’opposizione[12].
In Iran, durante il regno dello Shah, Israele è servito a proteggere questo brutale regime, fantoccio degli USA. A sua volta, lo Shah fu uno dei primi leader della regione a riconoscere lo stato di Israele nel 1956. Durante la Rivoluzione Iraniana che ha deposto lo Shah, Israele ha venduto più di 150 milioni di dollari in armi al regime[13].
Dal 1954 in poi, la polizia segreta dello Shah è stata addestrata dalla CIA e da Israele[14].
Israele ha partecipato con gli USA. allo scandalo Iran-Contras e ha anche venduto armi all’Iran autonomamente.
Durante le guerre civili in Yemen e Oman, Israele ha sostenuto le dittature arabe fornendo loro materiali bellici e addestramento. Il coinvolgimento israeliano era coordinato con gli Stati Uniti[15].
Il governo e i gruppi industriali israeliani hanno fornito al governo dello Sri Lanka decine di milioni di dollari in attrezzatura navale e aerea (incluso droni), addestramento spionistico, tecnologia elettronica bellica e missili nave-nave nel tentativo di distruggere i gruppi Tamil che chiedevano l’indipendenza della parte settentrionale del paese (i Tamil sono il 17% dei 16 milioni di abitanti dello Sri Lanka)[16].
Nel 1978, Israele ha venduto jet ed elicotteri d’assalto made in USA all’Indonesia mentre l’esercito perpetrava un genocidio contro la gente di Timor Est. Nel periodo 1978-1999, le forze armate indonesiane hanno ucciso più di 200.000 Timoresi. La vendita di armi di Israele alla dittatura di Suharto è continuata fino alla sua fine.
Nelle Filippine Israele ha sostenuto la dittatura di Marcos appoggiata dagli USA. Ha fornito le guardie del corpo di Marcos e i corsi di addestramento segreti tramite compagnie private[17].
L’India ha comprato più armi israeliane dello stesso esercito israeliano. Israele è il secondo fornitore di armi all’India. L’India usa queste armi non solo per minacciare il Pakistan ma per reprimere le proprie popolazioni, tra cui quelle di Jammu, Kashmir, le tribù della foresta e le forze che compongono la Guerra Popolare diretta dal P.C.I. (m)[18].
Nel 2009, Israele ha inviato in India istruttori per addestrare la polizia in una campagna “anti-terrorismo” che prendeva specificamente di mira i leader musulmani[19].
Di recente Israele ha aiutato l’India a modernizzare le proprie forze armate, inclusi aerei Falcon con sistemi di allarme di produzione israeliana, radar aerostatici installati al confine con il Pakistan e moderni missili anti-aerei Barak da usare contro elicotteri e missili Cruise[20].
Per questi motivi, non deve sorprendere, se già nel 1986 Joe Biden abbia dichiarato che: “Se Israele non esistesse, dovremmo inventarlo” e, nonostante qualche lieve condanna, la maggior parte dei governi di tutto il mondo rimane in silenzio mentre i palestinesi e ora i libanesi vengono uccisi. La maggior parte trae vantaggio dalla fornitura di tattiche e armi repressive da parte di Israele. Oggi i droni israeliani pattugliano i confini, si assicurano che nessuna imbarcazione di migranti possa attraversare il Mediterraneo senza essere individuata, la sua tecnologia viene utilizzata per erigere muri, costruire recinzioni elettrificate, trasformare i confini in zone militarizzate. Mantenere i palestinesi in uno stato di assedio, privarli della loro terra, delle loro acque, della possibilità di spostarsi da un luogo all’altro, trasformare la Palestina in un mosaico di aree separate e non continue, inframmezzate da un numero crescente di fattorie di coloni, fare della Palestina una “prigione a cielo aperto”, con ogni forma di resistenza crudelmente punita con l’imprigionamento, le uccisioni, la demolizione delle case, è stato un elemento chiave nella realizzazione di questo progetto. Attualmente, inoltre, un altro sviluppo sta accelerando Israele e la guerra USA-UE contro i palestinesi. Si tratta della scoperta, nel 2000, di un grande giacimento di gas naturale al largo delle coste di Gaza e di Israele, valutato in mezzo trilione di dollari[21]. Come la storia degli Stati Uniti ben dimostra, sono stati organizzati colpi di stato, rovesciati governi, in omaggio all’estrazione del petrolio e non c’è dubbio che questo sia stato un potente fattore di accelerazione del progetto di costruire un Israele più grande e di condannare i palestinesi alla morte o all’espulsione di massa. Come ha documentato Charlotte Dennett, nel 2007 il governo israeliano si è opposto al progetto della British Gas di sviluppare le risorse di gas offshore di Gaza, che avrebbero portato grandi benefici ai palestinesi, e nel 2008 “le forze israeliane hanno lanciato l’operazione Piombo Fuso”, che ha ucciso quasi 1.400 palestinesi, con l’intento dichiarato di spedire Gaza “decenni nel passato”[22].
Tuttavia, non possiamo comprendere appieno ciò che sta avvenendo in Palestina se non lo colleghiamo anche alla più ampia guerra che gli Stati Uniti, l’UE e le istituzioni capitalistiche internazionali, come il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Banca Mondiale, stanno conducendo per ottenere il controllo dell’economia e della ricchezza mondiale. Attraverso una “crisi del debito” creata artificialmente – il primo passo di un processo di ricolonizzazione di gran parte del cosiddetto “Terzo Mondo” – e i successivi “programmi di aggiustamento strutturale” imposti, è stato creato uno stato di guerra permanente mentre nuovi territori vengono aperti agli investimenti di capitale e intere regioni vengono derubate delle loro risorse naturali. In questo senso “la Palestina è il mondo”. Ciò che in Palestina viene distrutto dall’IDF, in molti Paesi africani viene distrutto dal Fondo Monetario Internazionale e dall’Organizzazione Mondiale del Commercio. In Palestina sono i carri armati israeliani a demolire scuole e case. In Africa è l’aggiustamento strutturale, il disimpegno del settore pubblico, la svalutazione della moneta, ma gli effetti sono gli stessi. In entrambi i casi, i risultati sono popolazioni di rifugiati, il trasferimento di terre dalle popolazioni locali alle nuove potenze coloniali, la promozione e la protezione degli interessi del capitale internazionale.
Da allora, le prove che lo sviluppo capitalista richiede una vera e propria guerra ai mezzi e alle attività di cui le persone hanno bisogno per riprodurre la propria vita si sono moltiplicate. Che si tratti di interventi finanziari o di operazioni militari o, più comunemente, di entrambe le cose, milioni di persone vengono espropriate delle loro case, delle loro terre, dei loro Paesi, mentre le loro terre vengono privatizzate, aperte a nuovi investimenti e a imprese estrattive, da parte di compagnie petrolifere, minerarie, agroalimentari. È per questo che oggi, in tutto il mondo, si registrano massicci movimenti migratori. Si stima che più di trentamila africani siano già annegati nel tentativo di raggiungere l’Europa negli ultimi dieci anni, tremila solo nel 2023. È un genocidio, come quello a cui stiamo assistendo a Gaza, ma silenzioso, invisibile. Anche in America Latina c’è attualmente un’uscita massiccia di persone disposte ad affrontare il viaggio più pericoloso per raggiungere gli Stati Uniti, dove vengono trattati e cacciati come criminali dalle pattuglie di frontiera, la frontiera stessa ormai completamente militarizzata.
In un’epoca di crescente crisi capitalistica e di competizione intercapitalistica, lo sviluppo richiede massicci sgomberi, recinzioni, il saccheggio di intere regioni, nonché una politica che tende a ridurre costantemente gli investimenti nella riproduzione sociale, i benefici e i salari. È per questo che, come abbiamo visto soprattutto in Iraq, anche la guerra sta cambiando essendo diretta principalmente contro la popolazione civile, con l’obiettivo di svuotare intere aree dei loro abitanti, che devono essere terrorizzati e privati dei loro mezzi di sussistenza. In Iraq, come riporta Dan Kovalik, nel suo No More War (2020)5 , citando le conclusioni della Commissione d’inchiesta del Tribunale internazionale per i crimini di guerra, l’esercito statunitense ha danneggiato “case, impianti elettrici, strutture di stoccaggio del carburante, fabbriche civili, ospedali, chiese, aeroporti civili, stoccaggio di alimenti, analisi di alimenti, laboratori, silos di cereali, centri di vaccinazione per animali, scuole, torri di comunicazione, edifici per uffici del governo civile e negozi… E la maggior parte dei siti sono stati bombardati due o tre volte, “per garantire che non potessero essere riparati”. Di conseguenza, le persone continuarono a morire molto tempo dopo la fine dei bombardamenti: secondo le stime, più di 2 milioni di persone persero la vita a causa di questa campagna, di cui 500.000 bambini. Questo è, senza dubbio, ciò che accadrà in Palestina. Non possiamo prevedere, ad oggi, quando le uccisioni e la fame dei palestinesi avranno fine. Sembra che non ci sia fine alla carneficina, con l’esercito israeliano che sta preparando un’invasione di massa della Rafa. Ma, qualunque sia l’esito di questa guerra genocida, i palestinesi continueranno a morire per molto tempo ancora, a causa degli effetti della malnutrizione, delle malattie causate dalla mancanza di cibo e di acqua pulita, delle conseguenze delle ferite e di altre malattie che non possono più essere curate in modo sicuro, e dei traumi indicibili che le persone hanno subito.
La guerra che gli israeliani stanno conducendo in Palestina è particolarmente crudele per le donne che sono responsabili della riproduzione delle loro comunità e che ora sono rimaste senza nulla – senza case, senza cibo, senza mezzi per riprodursi, curare e proteggere i loro figli e le loro famiglie. Molte hanno partorito solo per vedere i loro bambini uccisi o condannati a morire di fame. Non si può immaginare quale debba essere il dolore delle centinaia di donne incinte che devono partorire sotto le bombe, senza assistenza medica, sapendo che i figli che portano in grembo non avranno alcuna possibilità di sopravvivere. La crudeltà inflitta loro ha un significato speciale. Le donne sono quelle che tengono insieme la comunità, che quando tutto sembra perduto tengono duro, cercano un po’ di cibo, portano avanti la vita anche sotto una tenda, consolano i bambini. Insieme all’orrore di fronte al comportamento disumano di Israele, dobbiamo provare un’immensa ammirazione per il loro coraggio e la loro forza e per il coraggio e la forza dei medici e di tutto il popolo palestinese che, sotto i bombardamenti, continua a resistere, dicendo al mondo che preferirebbe morire dove si trova piuttosto che lasciare ancora una volta la propria terra, perché lasciare la propria terra è anche una forma di morte – e perché sa che sotto l’occupazione israeliana non ci sono luoghi sicuri per loro.
Denunciare questo genocidio, sostenere la loro lotta con tutti i mezzi che abbiamo, mobilitarci per chiedere non solo il cessate il fuoco, ma la fine della dominazione israeliana sulla Palestina è il minimo che possiamo fare di fronte a questo abominio. Inoltre, ci illudiamo se pensiamo che la guerra che Israele sta conducendo in Palestina non sia di vitale importanza per le nostre vite. Il flusso costante di denaro e di armi che l’Amministrazione Biden invia per aiutare questo genocidio è sottratto alle nostre scuole, agli investimenti nelle nostre comunità, ai nostri sistemi sanitari e agli ospedali. Il trattamento inumano e barbaro inflitto ai palestinesi è una minaccia per tutti noi. È un avvertimento di ciò che può essere fatto a noi – ricordandoci che viviamo in un sistema sociale che non si preoccupa delle vite umane e non esita a impegnarsi nella distruzione di massa delle persone per raggiungere i suoi scopi.
Collettivo Comunista Metropolitano – Milano
5 dicembre 2024
[1] Si veda Antony Loewenstein, The Palestine Laboratory. Come Israele esporta la tecnologia dell’occupazione in tutto il mondo. Londra-New York: Verso, 2023.
[2] https://www.punto-informatico.it/israele-armi-soniche-sui-manifestanti/
https://www.disabiliforum.com/forum/archive/index.php/t-210.html
[4] Genetic Weapons Threat, nel Genetic Forum del World Medical Association, in The Splice of Life 4 febbraio 1997.
[6] Uzi Mahaimi e Marie Colvin, The Israelis are making a virus that would target arabs: Israel planning ethnic bomb as Saddam caves in, London 15 novembre 1998.
[7] United States. Dept. of Defense. Office of the Secretary of Defense. “Memorandum for the Secretary of the Navy”. Crypotome. Dept. of Defense, Mar. 30, 1983. Web. 10 Nov. 2012. http://cryptome.org/dodi/tipped-kettle/tipped-kettle-05.pdf.
[10] Johnson, J Cooper, Tom, Pedro Alvin e Troung. “Angola since 1961” N.p., 2 Sept. 2003. Web. 13 Nov. 2006.
http://www.acig.org/artman/publish/article_181.shtml . Beit-Hallahmi 65.
[11] Beit-Hallahmi 60. Abel, Jacob (1971). Israel’s Military Aid to Africa, 1960–66. The Journal of Modern African Studies, 9, pp 171-2 doi:10.1017/S0022278X00024885 “Zaire: Foreign Military Relations”. US Library of Congress Countries Studies. N.p., n.d. Web. http://memory.loc.gov/frd/cs/zrtoc.html ; Beit-Hallahmi 55, 56;
[14] Reiser, Stewart. The Israeli Arms Industry: Foreign Policy, Arms Transfers e Military Doctrine of a Small State. New York: Holmes & Meier, 1989. 68. Print; Beit-Hallahmi 11.
[16] “Trade Registers” Trade Registers. N.p., n.d. Web. 14 Dec. 2010.
http://armstrade.sipri.org/armstrade/page/trade_register.php
Wilson, A. Jeyaratnam. The Break-up of Sri Lanka: The Sinhalese-Tamil Conflict. Honolulu: University of Hawaii, 1988. 177. Print.
“Israelis, British Reported Training Sri Lanka Forces”. Toledo Blade 11 Aug. 1984: 2. Print.
[18] Johnson, Jimmy. “India Employing Israeli Oppression Tactics in Kashmir”. The Electronic Intifada. N.p., 19 Aug. 2010. Web.
http://electronicintifada.net/content/india-employing-israeli-oppression-tattichekashmir/8985
[19] Gates, Robert. “Israel And India: Dance With The Devil”. Sikh Archives. N.p., 23 Oct. 2011. Web. http://www.sikharchives.com/?p=5354.
[20] Shapir, Yiftah S. “Israel’s Arms Sales to India”. Strategic Assessment 12.3 (2009): n. pag. Print.
[22] C.s.